Call for Papers n. LXVI/1 – Pensare le macchine/Pensare con le macchine
- 20 mar
- Tempo di lettura: 3 min

Scadenza: 20 settembre 2026
La redazione della rivista di filosofia «Il Pensiero» seleziona contributi originali in forma di saggi per il fascicolo dedicato al tema:
Pensare le macchine/Pensare con le macchine
Il termine ultimo per la presentazione dei contributi è il 20 settembre 2026; la risposta sarà comunicata dalla redazione possibilmente entro il 24 gennaio 2027. I contributi possono essere redatti in una lingua a scelta tra italiano, inglese, francese, spagnolo, tedesco; non dovranno superare i 45.000 caratteri, inclusi gli spazi e le note, e dovranno essere accompagnati da due abstract e 5 parole chiave (nella lingua in cui è scritto l’articolo e in inglese, massimo 1200 caratteri spazi inclusi per ciascun abstract).
L’uscita del fascicolo è prevista per aprile 2027.
Curatore del volume: Michele Capasso – Università Telematica Pegaso
La capacità di una macchina – di un computer o di un robot – di eseguire compiti tradizionalmente eseguiti da esseri intelligenti ha reso possibile attribuirle un’intelligenza artificiale; una tale capacità, sostantivata, ha permesso e permette di parlare di sistemi dotati di funzioni in qualche modo paragonabili alle funzioni intellettive dell’essere umano. Sia la nozione di macchina che quella di intelligenza fanno ovviamente problema, per la filosofia, e ancor più lo fa il modo in cui l’IA affronta i compiti che l’uomo affronta grazie alla percezione, oppure al linguaggio, all’apprendimento o alla scelta deliberata, oppure alla consapevolezza e al controllo dei propri movimenti. Si può ovviamente rinunciare al paragone e, in effetti, vi rinunciava uno dei padri dell’IA, Alan Turing, domandando col suo celebre test non cosa fosse il pensiero e se la macchina pensasse, ma semplicemente se il suo output fosse o no distinguibile da una risposta umana. Cionondimeno, non è così ovvio supporre che i risultati di una certa attività siano sempre distinguibili dall’attività stessa, e che, in particolare, l’attività del pensiero sia qualcosa del genere. Non essendo ovvio, la domanda della filosofia – che cosa significa pensare? – non può certo essere accantonata. D’altra parte, non è ovvio neppure che essa possa vantare una qualche preliminarietà, che cioè possa svolgersi nel registro ai filosofi familiare dei prolegomeni, delle cose che vanno dette prima, cioè prima ancora di guardare che cosa determinatamente accade nell’ambito delle tecnologie cognitive, delle soluzioni concretamente perseguite nell’ambito dell’IA. L’uomo ha sempre pensato “con”, si è sempre servito di supporti, dispositivi, strumenti. Se si può dire, con Foucault, che non in ogni epoca è possibile pensare ogni pensiero; si può forse suggerire anche, analogamente, che non con ogni dispositivo è possibile pensare ogni pensiero («quali pensieri non è più possibile pensare?» è domanda forse persino più inquietante di una domanda su quali pensieri possiamo solo oggi pensare).
La cosa si fa subito evidente, peraltro, non appena si porta la domanda su pratiche specifiche: come capire la musica, a parte da come funziona? Come intendere le pratiche artistiche in genere, prescindendo da materiali o tecniche? Che si abbia o no la possibilità o la capacità di esplorare concretamente simili ambiti, si deve accogliere anzitutto l’impostazione, con la quale si evita di dividere il campo in due. Non solo, però, non possiamo intendere l’uomo in opposizione alla macchina, o la cultura in opposizione alla tecnica, cose che sappiamo bene, ma dobbiamo probabilmente anche evitare di supporre che in queste opposizioni (e in altre che operano in modo simile: continuo/discreto, analogico/digitale, comprensione/informazione) il primo termine rappresenti il pieno, e contenga a priori (e valga) più del secondo. Che rappresenti il vero e l’intero che la parte – le parti, i dati, i bit – non possono mai restituire nella sua pienezza e anzi ogni volta simulano, ma in realtà impoveriscono e infine falsificano.
Vi sono altri modi di pensare questa relazione in ogni senso decisiva, per evitare non solo facili entusiasmi, ma anche nostalgie altrettanto facili?
Il numero intende così articolarsi idealmente lungo tre direzioni intrecciate: una rilettura critica delle categorie con cui la filosofia ha pensato la tecnica; un’analisi delle trasformazioni in atto come ontologia del presente; l’elaborazione di ipotesi teoriche capaci di far emergere questioni metafisiche fondamentali, senza presupporre un’immagine dell’uomo o della tecnica già stabilita.
Saranno presi in particolare considerazione contributi che affrontino, tra gli altri, i seguenti ambiti: l’essenza della tecnica nell’epoca dell’intelligenza artificiale; lo statuto ontologico dell’oggetto tecnico e i processi di tecnogenesi (G. Simondon, B. Stiegler); la genealogia e l’archeologia degli oggetti tecnici (M. Foucault, C. Sini); fenomenologia e post-fenomenologia della tecnica (D. Ihde); il pensiero come macchina filosofica (G. Deleuze, R. Ronchi); le trasformazioni di spazio, linguaggio, memoria e le Digital Humanities (W. Benjamin, A. Warburg, J. Schnapp).